Storia di una storia

Questo articolo è uscito, in versione ridotta, sul numero di maggio 2012 del mensile MacWorld italia

La nascita di un figlio è un evento che cambia la vita, in tutti i sensi. 

Al sottoscritto, appassionato lettore di fantascienza fin da giovanissimo - entusiasmo che fu all'origine di diversi nomignoli, fra i quali memorabile resta quello di “UFO” appioppatomi da un bidello della mia scuola media - fra i diversi effetti collaterali, ispirò un racconto: Baby, storia della nascita di un’intelligenza artificiale auto-consapevole. Argomento molto sfruttato nel genere, che io comunque ritengo di avere affrontato in una prospettiva piuttosto originale.

Il racconto nacque, come mio figlio, nell'estate del 1993. Lo scrissi di getto su un Macintosh LCII, che per inciso è ancora in un armadio in attesa di uno spazio adeguato per essere rimesso in funzione, utilizzando l'ottima versione 5.1 di Microsoft Word per Macintosh.

Forse, se l'avessi scritto a mano oppure utilizzando una macchina da scrivere, la storia di questa storia sarebbe andata diversamente, perché negli anni successivi la mia famiglia riuscì a collezionare ben quattro traslochi, dei quali uno con cambio di regione geografica.

Ma perdere un Macintosh è notevolmente più difficile che perdere dei fogli di carta, ed il sottoscritto è sempre stato abbastanza ligio alla sacra arte del backup (anche se, devo dirlo, con il Macintosh LC non ne ho mai avuto bisogno) che a quei tempi - ora, dal punto di vista informatico, paiono preistorici - si effettuava su floppy disk da 3.5 pollici, contenenti circa 1.4 Mb di spazio ognuno. Tenendo conto che lo spazio totale dell'hard disk interno era di 40 Mb e che la memoria RAM del Macintosh in questione ammontava a 4 Mb, tutto risultava ben proporzionato, non trovate?

Sia come sia, negli anni successivi il racconto subì diversi aggiornamenti e miglioramenti, anche grazie alla pazienza di un caro amico scrittore per professione oltre che per passione, Vittorio Catani. Passò indenne dal Macintosh LC al mio primo Power Macintosh, il potentissimo 8100, con il quale ho compiuto anche i miei primi passi nel fantastico - per allora e per me - mondo dell'audio digitale, viaggiò senza problemi attraverso le diverse versioni di aggiornamento di World (anche perché mi premunivo di salvare sempre una copia in Rich Text Format e, comunque, si trattava di semplice testo senza particolari formattazioni): da World 6 a Office 98, quindi a Office 2001, quando iniziarono a presentarsi i primi eccessivi appesantimenti ed i relativi problemi della suite Microsoft.

Nonostante ciò non ho mai avuto assolutamente difficoltà nello scambio di file con altre piattaforme, anzi... Ricordo che spesso i miei colleghi di lavoro, in un'azienda particolarmente Windows-centrica, mi chiedevano di aprire file che i loro PC non riconoscevano e di tradurli in altri formati a loro più utili. 

Infine arrivò finalmente Mac Os X, ma arrivò anche l'acerbissimo Office X.
Ma in quegli anni ero preso più dalla musica e da altre faccende. Ad ogni successiva macchina, comunque, facevo attenzione a portarmi dietro i documenti dalla precedente ed a verificarne la compatibilità con le nuove versioni dei vari software, così Baby  restò in letargo ed al sicuro fino al 2005. 

Gli anni delle svolte

Nel 2005 ebbi la fortuna di incontrare, collaborare e fare amicizia con un importante regista italiano, al quale feci leggere il racconto. Rimasi piacevolmente stupito dalla sua reazione, anche perché non è affatto un tipo che sciorina complimenti con facilità. Gli piacque tanto che volle valutare la possibilità di farne un film. 

Purtroppo però non se ne fece di nulla, perché...
Perché la fantascienza, a quanto pare, non è fra i primi interessi dei produttori nostrani, soprattutto se richiede un certo impegno relativamente ad effetti speciali ed ambientazione. 

Comunque, l'episodio invece di deprimermi mi ringalluzzì alquanto. Forse avevo in mano qualcosa di valido.

Sul piano informatico, nel frattempo ero rimasto ovviamente fedele al Mac, ma anche ad Office, nonostante avessi provato diverse alternative: un po' per pigrizia, un po' per avere sempre la massima compatibilità con il predominante mondo Windows. 

D'altronde, iWork non era ancora arrivato.

 Dal racconto, al romanzo, allo script

Oggi ho ancora Office 2008 installato sull'iMac 24, ma non apro quasi mai World. 
A partire dalla seconda versione di iWork, in effetti, l'unico programma della Suite Microsoft che utilizzo con regolarità è Excel. Nel frattempo, anche World ha avuto dei miglioramenti nell'interfaccia (parlo della versione 2008. La 2011 l'ho provata e l'ho trovata talmente e inutilmente complicata da de-installarla subito) però Pages… Pages è un’altra storia. Ma torniamo a bomba.

A marzo 2010, incoraggiato da un amico, ho spedito il mio racconto ad una importante casa cinematografica. Provate ad immaginarvi la mia gioia quando mi arriva un’email da parte di un altro dirigente della compagnia, attestante l’interesse della stessa, nel caso avessi sviluppato la storia in un romanzo e uno script. A maggio dello stesso anno mi sono messo a scrivere di buona lena prendendola, come dire, un po’ larga: ho pensato di iniziare la storia dal momento dell’approvazione del progetto di ricerca che porterà alla creazione della coscienza artificiale, due anni e mezzo prima del momento narrato nel racconto, e di descrivere in profondità quel mondo futuro, la sua storia e la sua società. Sono apparsi nuovi personaggi. In tre mesi ho capito che mi ero preso una bella gatta da pelare, che il romanzo appena nato stava già sfuggendomi di mano e che non potevo farcela da solo. 

Come il mezzo stimola lo scrittore che è in te (se c’è)

Avevo già sentito parlare di software specifici per la cosiddetta “scrittura creativa” ma il concetto mi aveva lasciato sempre un po’ perplesso. Ma quando si affoga non si discute sul colore del salvagente (in Italia qualcuno lo fa, ma questo è un altro discorso) così ho iniziato a compiere una ricerca più approfondita e la mia scelta alla fine è caduta su Storymill della Mariner Software, allora alla versione 3. 

StoryMill permette di suddividere lo scritto in singole “scene”. Poi ad ogni scena è possibile assegnare il capitolo, i personaggi, la location e la forbice temporale. Naturalmente poi si possono costruire delle smart view (viste intelligenti) che automaticamente mostrano tutte le scene in cui è presente un dato personaggio, oppure quelle che si svolgono in una certa location. 

Così come l’atto di scrivere costringe a definire le idee, a dar loro spessore, ad evidenziare i passaggi dalle loro radici al tronco che ne sostiene le ramificazioni, StoryMill porta lo scrittore a sentirsi più libero di creare, dato che organizzare in seguito il materiale è facilissimo.

Allo stesso tempo, spinge a strutturare il dipanarsi della trama in modo più logico ed equilibrato, potendo in ogni momento controllare il “peso” che certi personaggi hanno rispetto ad altri. 

Gestire la complessità

Se, come nel mio caso, la trama non è univoca, se ci sono più linee narrative che si influenzano e si intersecano in modo complesso, anche StoryMill mostra qualche limitazione d’interfaccia. Forse ci sono scrittori che, per talento e mestiere, riescono a tenere tutto sotto controllo nella propria mente, un po’ come Mozart percepiva le sue sinfonie come un tutto unico (come una mela, disse una volta).

Purtroppo io non ci riesco tanto bene, così ho pensato di creare una bel diagramma con OmniGraffle. Un altro passo decisivo contro “l’ansia dello scrittore”.

Arriva iPad

Infine, a giugno 2011 mi sono deciso a fare il grande passo ed ho acquistato un iPad 2, convinto che Mariner Software non avrebbe tardato a sviluppare una versione mobile di StoryMill. Da quel punto di vista purtroppo sono rimasto deluso: ad oggi non vi è ancora una data certa di uscita. Per fortuna, dato che le funzioni di esportazione di StoryMill non mi soddisfacevano in pieno, avevo già deciso di procedere in parallelo con Pages, che nel frattempo era diventato il mio World Processor di riferimento e del quale ho fin da subito acquistato la versione per iPad.

Così, durante gli ultimi mesi di scrittura ho proceduto in questo modo:

  • Impostazione della scena e del capitolo su StoryMill quando scrivo a casa
  • Copia-e-incolla di ogni singola scena su singoli file di Pages
  • Gestione dei file su iPad attraverso iTunes / iCloud

Anche di OmniGraffle ho preso la versione Mobile, chiudendo così il cerchio virtuoso.

Lavorare in team

Nel frattempo dovevo pensare anche allo script.
Così ho cercato qualcuno disposto a credere nel progetto. Attraverso amicizie “tolkieniane” (nella fattispecie Davide Perino, la voce di Frodo nella trilogia cinematografica) ho contattato Manuel Leale, un talentuoso giovane sceneggiatore che a partire da settembre del 2010 lavora in parallelo al sottoscritto, un poco come Clarke e Kubrik insomma :)



 

Anche un bravo e conosciuto illustratore si è accodato, creando alcune bozze di ambientazione: Fabio Porfidia.

Per collaborare in modo efficace con questo piccolo ma tosto team, ho pensato di utilizzare DropBox, ottimo servizio di condivisione file, gratuito per 2GB di spazio (ma portando nuovi utenti si aumenta lo spazio di 250 MB ogni nuovo iscritto, io sono arrivato a superare così i 9 GB). Ho creato quindi una cartella dedicata, alla quale ognuno accede in locale, poi ci pensa DropBox a sincronizzare il tutto.

Concludendo

La vita del creativo, oggi, è sostanzialmente diversa grazie alla tecnologia. Almeno quando la tecnologia diventa “trasparente” rispetto all’oggetto della creazione.
Il Mac è stato sempre un computer molto meno problematico rispetto ai PC e molto più curato e coerente nell’interfaccia, richiedendo poco tempo ad imparare le procedure di utilizzo.
iPad da questo punto di vista è ancora più rivoluzionario: semplicemente ci si scorda che esiste, punto. I servizi come DropBox ed iCloud rendono il lavoro in team semplice anche quando non si vive nella stessa città. 

In due anni di lavoro sono riuscito a concludere la prima stesura di un romanzo di 670 cartelle ed anche la sceneggiatura è in dirittura d’arrivo. Adesso, mentre già penso al secondo tomo (la storia è tutt’altro che conclusa) inizia la parte più dura, trovare un editore e convincere il produttore a fare un film. Sono già in contatto con alcune case editrici importanti, ma ovviamente i tempi non saranno immediati.

Ma nel frattempo non sto mica fermo: ad inizio febbraio ho creato una pagina Facebook e un gruppo
E vedremo come va.

Post Scriptum

Se qualcuno di voi passa alla LIDL di San Martino Siccomario, chiedete di “quel pazzo che scrive su iPad mentre è in fila alla cassa”.

Autunno

Incauto, coltivo
pensieri inattesi
sotto un cielo
stravolto d'autunno

La radura

(…)
Camminavano oramai da quasi un’ora ed erano saliti parecchio, quando una mano sulla spalla gli fece capire che doveva fermarsi. La benda gli fu tolta e Lovo rimase quasi senza fiato.

La radura in cui si trovavano costeggiava il fianco roccioso di un’alta collina, nel quale si apriva l’ingresso di quella che doveva essere la Grande Tana. Il prato non era particolarmente fiorito, vista la stagione, né molto rigoglioso, e la vegetazione esprimeva la malinconica tristezza dell’inverno. 

Ma allo stesso tempo era così… naturale!

Come se improvvisamente si fossero ritrovati in un’epoca passata, dove la mano dell’uomo non aveva ancora modellato il proprio ambiente, in meglio o in peggio. Lovo aveva la netta sensazione di trovarsi in un luogo del tutto incontaminato, anche se capiva l’assurdità dei suoi stessi pensieri.

L’aria era la medesima che avrebbe respirato a qualche chilometro di distanza, i satelliti erano sempre tutti in orbita sulla sua testa, qualunque hoverfly o drone volante sarebbe potuto atterrare facilmente su quel ripiano. Eppure, anche se riusciva razionalmente a pensare ad una situazione del genere, non riuscita per nulla ad immaginarla. Il luogo possedeva un’armonia basilare, sostanziale, un equilibrio di forme e colori: infinite sfumature di verde e marrone, là dove il bosco rinasceva dalla radura, colori pastello dal giallognolo al rossastro nel prato ricco ed incolto, lo stesso cielo plumbeo con i suoi bianchi e grigi sfumati alternati all’indaco e all’azzurro degli squarci fra le nubi. 

E poi gli aromi così vari e penetranti, i rumori sottili della brezza fra le foglie e le piante selvatiche, i ronzii degli insetti e i fruscii sul terreno adesso chiaramente avvertibili, come se Lovo stesso fosse diventato all’improvviso parte del quadro naturale che gli causava quello strano groppo alla gola, quel senso di perduto e ritrovato, la strana commossa tristezza e insieme gioia di un ritorno a casa dopo anni di assenza.
(…)

GongFu Cha

(il Procuratore Marx e il Senatore Foley)

Tacquero per diversi minuti, in quanto nel frattempo era arrivato il tè. Fu servito da una coppia di anziani cinesi, col cerimoniale detto «GongFu Cha», come da disposizione del procuratore, che sapeva quanto Foley apprezzasse i rituali che permettono di recuperare il ritmo naturale, di riflettere con calma, di godersi il momento presente.

L'antica teiera in terra YiXing, risalente al regno Wanli, fu lavata con cura e scaldata insieme alle minuscole tazze, sia all'interno che all'esterno. La donna estrasse dal barattolo, con un cucchiaio di bambù, le foglie di tè Oolong, mostrandole prima al senatore, che le esaminò e le approvò con un cenno del capo.
Con movenze aggraziate lei le introdusse nella teiera e iniziò a versare gradualmente l'acqua bollente intorno alle pareti interne. Una volta riempita fino all'orlo, subito la vuotò nel vassoio-serbatoio di legno, per poi riempirla nuovamente.
L'aroma profumato del tè "Drago nero" si sparse intorno al tavolo, durante il minuto di infusione; la donna sollevò quindi la teiera, asciugandone la base con un fazzoletto di cotone, e riempì le tazze con un movimento continuo, in modo che il flusso del liquido si mantenesse costante.
Bevvero lentamente il tè, assaporandone il gusto vagamente moscato.

Alla quarta infusione, il mal di testa del procuratore era scomparso.
- Credo che adotterò più spesso questa tua abitudine, Richard.
- Certo male non ti ha fatto, a quanto vedo - rise il senatore - hai un'espressione diversa adesso. E poi, vecchio mio, sai meglio di me che per prendere decisioni importanti occorre una grande tranquillità.
- Già, l'antica saggezza. Ma non è affatto semplice applicarla, quando la tua barca si trova fra rapide tumultuose e ti avvicini a una cascata.
- Se fosse semplice, a che servirebbe diventare saggi? Eppure, come insegna la filosofia Zen, solo recuperando il contatto con noi stessi, con il gusto delle piccole cose, possiamo impedire agli avvenimenti di travolgerci.
- Alle piccole cose, allora - disse Marx sollevando l'ultima minuscola tazza di tè.
- Che possano sempre indicarci la giusta via - concluse l'altro, imitandolo.
Risero entrambi. Era dai tempi dell'università che si divertivano con queste piccole gare di aforismi.
(…)