Realtà e Fantasia

…già li sento pontificare.
"Se non parla di cose reali, tangibili, non è vera arte"

Cara signora / signore, forse il secolo a cavallo del 1900 ti ha fatto dimenticare che le più grandi opere letterarie del passato sono, in gran parte dei casi, opere fantastiche?

E poi cosa vuole dire "realismo"? Forse che una storia, poniamo, di fantascienza non può parlare di esseri umani reali, di reali sentimenti anche se in situazioni immaginarie? Il "realismo" può essere un potente pennello in mano ad un grande autore, ma può anche diventare una gabbia, impedendoci di vedere "oltre" la visione ristretta del quotidiano.

Nota bene, la *visione* ristretta: perché il nostro quotidiano è tutt'altro che ristretto. 

Siamo noi che lo banalizziamo, che non siamo più capaci di cogliere il meraviglioso che ci circonda in ogni angolo. Siamo noi che costruiamo le sbarre delle nostre gabbie.
Ecco allora che la buona narrativa fantastica diventa un grimaldello per uscire dalle nostre prigioni, per aprire la nostra visione, per riscoprire il "sense of wonder" anche nella vita di tutti i giorni.


E non scordiamoci che tutte le grandi scoperte scientifiche nascono… dall'immaginazione dei ricercatori.



L'illusione del controllo

Scrivendo un romanzo mi sono reso conto di quanto sia illusorio il concetto secondo il quale lo scrittore ha il controllo di quanto scrive. Almeno per me non è affatto così.

Ma forse è lo stesso concetto di "controllo" ad essere illusorio. Noi abbiamo forse il totale controllo delle nostre vite? O del nostro corpo? È una questione di sfumature.
Il controllo, secondo lo zen, 
è l'equilibrio fra la nostra volontà, i nostri desideri, i nostri progetti e quel sistema dinamico iper-complesso che ci circonda chiamato Universo.

Quando si presenta il cosiddetto blocco dello scrittore?

Nel mio caso, quando non sono abbastanza rilassato per *ascoltare*. La stessa cosa mi capita anche quando compongo. Le parole, come le note, si presentano come parte di uno scritto, o di una partitura, già esistente. Tanto che quando vado poi a rileggere talvolta rimango stupito: "davvero l'ho scritto io?" 
Per fortuna, gli stupori in positivo sono la maggioranza. Questo fa di me un bravo scrittore? 
Beh, per essere sincero, spero proprio di sì.



Scoprire una strada…

Scrivere un libro è come scoprire una strada… una strada che si addentra in una foresta. Tu puoi avere un'idea della tua meta, puoi vedere la vetta che sta oltre il bosco. Ma non hai alcuna idea di come la raggiungerai, delle curve che farà il sentiero, di chi o cosa troverai fra gli alberi, se ci sarà cibo e acqua a sufficienza.

Certo, puoi pianificare la tua via, puoi crearti una mappa: per poi accorgerti che la stessa mappa si evolverà insieme al tuo cammino. 

Puoi scegliere che tipo di bosco attraversare, se sarà una foresta cupa e tenebrosa o un luogo pieno di vita, o un qualcosa a metà fra le due scelte. Ma non saprai che alberi incontrerai fino a quando non sarai lì.

I personaggi saranno i tuoi compagni di viaggio. Puoi impegnarti perché non siano vaghe ombre, o figurine artefatte, puoi lottare con te stesso perché acquistino spessore e consapevolezza di se stessi. Poi dovrai essere tu a seguirli, a lasciarti condurre per vie che solo loro conoscono.

Imparerai ad amarli, a considerarli persone vere. Solo allora riceverai da loro tutto quello che hai investito in essi, solo allora non saranno meri specchi ma si riveleranno capaci di arricchire la tua storia, ma sopratutto di arricchire te.

Un giorno arriverai sulla vetta, magari per accorgerti che altre vette più remote e più alte aspettano di essere raggiunte. Allora potrai scegliere di condividere la strada che hai seguito, la strada che hai segnato, sperando che chi la percorrerà dopo di te possa provare tutto quello che hai provato tu, sentire tutto ciò che hai sentito, magari qualcosa di più. 

E che tutti i lettori diventino tuoi compagni di viaggio.



Inseguimento

(…) Nel momento in cui le auto e le moto inseguitrici raggiunsero la linea persero il controllo tutte insieme.

Due auto si scontrarono fra di loro e capitombolarono entrambe oltre il parapetto del dock, coinvolgendo anche una delle moto il cui pilota fece un volo di almeno cinquanta metri per rimanere poi, immobile, a terra, mentre una seconda moto veniva investita dal suo mezzo impazzito.

L'auto rimasta ebbe un'accelerazione improvvisa che le permise di avvicinarsi alla Monoruota dello sconosciuto. Ma quando sembrava che stesse per investirlo, quello ripeté la manovra di prima, frenando improvvisamente e poi accelerando e passando radente la fiancata sinistra dell'auto.

Ci fu come un lampo e la parte inferiore e superiore dell'automobile si divisero di netto, come se un enorme, affilatissima lama le avesse sezionate in orizzontale, appena sopra le ruote. La parte inferiore continuò la sua corsa per andarsi infine a schiantare contro una delle gigantesche gru semoventi, mentre quella superiore planò a terra e poi iniziò a rotolare a una tale velocità da disintegrarsi totalmente.

Gli inseguitori sopravvissuti si ritirarono fuggendo. (…)



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